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NEWS - QUOTE TESSILE

FONTE: www.tuscanyvalley.net

31 dicembre 2007, fine di un’epoca: quella delle quote, in misura e secondo modalità varie nel tempo, delle importazioni tessili dalla Cina.

C’è stato il tentativo da parte dell’Italia e di altri paesi europei di chiedere un prolungamento delle quote a tutto il 2008, analogamente a quanto avviene per paesi come USA, Brasile, Turchia e Sudafrica che con la Cina hanno accordi simili a quello della UE ma temporalmente più estesi. L’esito negativo della richiesta è stato determinato dall’opposizione dei paesi dell’Europa del nord, in sostanza gli stessi contrari al made in.

E’ stata accolta invece, sia pure con grande fatica e con il forte impegno delle associazioni di rappresentanza dell’industria tessile europea (a cominciare da SMI-ATI e dal sistema Confindustria), l’idea di istituire un sistema di double check: in sostanza un monitoraggio incrociato, contemporaneo sui versanti europeo e cinese, sui flussi commerciali, incluse anche le triangolazioni con paesi terzi.

Il double check riguarda 8 delle categorie di prodotti (tutte tranne i tessuti di cotone e la biancheria da tavola e da cucina) e comincia col 1° di gennaio, immediatamente dopo la fine delle quote. E' così possibile non perdere il controllo della situazione almeno dal punto di vista conoscitivo, presupposto per chiedere misure correttive in caso di clamorose distorsioni.

"Siamo davvero alla fine di un’epoca, quasi come nel 2005 con la cessazione dell’accordo Multifibre – commenta Carlo Longo, Presidente dell’Unione Industriale Pratese -. Quella che si è combattuta in questi anni è stata una lotta impari: da una parte un gruppo minoritario di paesi del sud Europa con una significativa presenza di tessile-abbigliamento, dall’altra la spinta della maggior parte dei paesi europei e naturalmente il pressing della sempre più potente ed influente Cina. E potrei dire che abbiamo avuto contro anche le stesse leggi della concorrenza e del mercato, se non fosse che queste sono state di fatto distorte ed alterate da clamorose asimmetrie nelle condizioni di produzione, nelle regole di accesso ai mercati e nelle dinamiche valutarie.

Il monitoraggio potrebbe rivelarsi uno strumento prezioso: se dovessero emergere vistose anomalie, avremmo la possibilità di richiedere misure antidumping o clausole di salvaguardia, con anche una più forte probabilità di accoglimento non essendoci più le quote. Va detto peraltro che se ci fosse l’obbligo di etichetta di origine sarebbe tutto più semplice e trasparente, ed anche il monitoraggio sarebbe più efficace.

Quello che si è ottenuto come Unione Industriale Pratese, come SMI-ATI, come Confindustria sul fronte della regolazione dei flussi dalla Cina è, credo, quello che era oggettivamente possibile ottenere in un contesto così avverso: misure di contenimento non decisive, ma comunque significative ai fini di un allentamento della tensione almeno su alcune tipologie produttive, che rischiavano di essere letteralmente spazzate via dall’import cinese. Un sia pur blando effetto insomma si è avuto, dando modo alle imprese di lavorare per adeguarsi alla nuova situazione dei mercati mondiali".

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